A proposito dell’ordinanza di sgombero nel Campo Panareo

foto michele de filippo

Pur non assegnando all’ingiunzione di sgombero consegnata ad alcune famiglie Rom del campo Panareo una preordinazione politica non si può banalmente pensare che si tratti un mero inconveniente da risolvere burocraticamente.

Di fatto quel pezzo di carta, che tra le altre cose addossa alle famiglie i costi di demolizione e smaltimento, cancella in un attimo quel percorso che da anni, e tra mille difficoltà, le associazioni che quotidianamente sono in trincea per dare sostanza al concetto di cittadinanza inclusiva hanno avviato con risultati importanti.

Se le case sono non solo fatiscenti ma anche pericolose, come risulta dai rilievi del nucleo ispettivo, significa che fino ad oggi è mancato il tassello preliminare: quello della messa in sicurezza di un contesto abitativo che già nel nome cozza con una dimensione di inserimento stabile e dignitoso.

E questo passaggio non può che ricondurre alla responsabilità del Comune di Lecce che, più in generale, quanto a edilizia per le categorie deboli non si segnala certo per intraprendenza e lungimiranza e che nella organizzazione e gestione di quel settore delicato e decisivo dei settori sociali continua a manifestare tutta la sua inadeguatezza, più volte evidenziata.

Nelle more di una situazione precaria per definizione, la prima cosa da fare è scongiurare l’esecutività dell’ingiunzione, per una ragione molto semplice: invece di lasciare per strada i cittadini di etnia Rom – rivelando comunque una scandalosa assenza di collegamento tra enti dell’amministrazione – è necessario approntare una soluzione alternativa migliore di quella attuale e renderla da subito fruibile. Possibilmente all’interno di un tessuto urbano – Lecce come città dei diritti – nel quale non ci siano riserve “indiane” per lavarsi la coscienza. Non c’è burocrazia che tenga davanti alla dignità delle persone.

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