La politica della cultura. Il caso Koreja

I Canteri Teatrali Koreja invitano la cittadinanza a fare sentire la propria voce di fronte alla scelta delle Istituzioni locali di negare ogni forma di contributo e sostegno all’attività svolta. Lo fanno attraverso lo strumento della petizione pubblica che può essere sottoscritta anche on line. E’ un appello che condiviamo fortemente: ed è per questo che ho sentito il bisogno di rispondere all’appello di Franco Ungaro scrivendo queste note apparse oggi sul Nuovo Quotidiano di Lecce.

Franco Ungaro ha obiettivamente argomentato in questi giorni sul rischio concretissimo che Cantieri Teatrali Koreja possa essere costretta a scelta dolorose; e, forte di credito successi e meriti conquistati in anni di impegno sulla scena culturale italiana ed europea, chiede al Comune di Lecce in primis, quel sostegno sempre mancato. C’è da augurarsi che alla sostanziale indifferenza con la quale finora sono stati accolti questi appelli subentri la consapevolezza di non potersi sottrarre ad un confronto aperto e trasparente, impegnato a dare argomentate e convincenti risposte. E che, venerdi prossimo all’assemblea aperta convocati negli spazi di Via Dorso, l’Amministrazione Comunale farà sentire le proprie ragioni. Suggerirei, però, a Sindaco e Giunta di non ripetersi argomentando, come pure è stato fatto, che”non è possibile contribuire a finanziarie l’attività dei Cantieri teatrali Koreja di Lecce a causa dellala congiuntura economica negativa degli ultimi anni . Perchè basterebbe prendere due delibere a caso, tra le tante presentate negli ultimi mesi e legate ad impegni di spesa nel settore cultura e spettacolo, per rendersi conto che tante altre iniziative sono state generosamente incoraggiate e sostenute nonostante le ristrettezze dei tempi. A conferma che nell’ambito dei budget di spesa è la politica, e non la scarsità di risorse, a orientare le scelte.

Quello che serve, a prescindere dagli esiti di questo incontro, è provare a capire perchè negli ultimi quindici anni l’esperienza di Koreja sia stata sempre vissuta come estranea alla politica culturale della città. Provo a dire la mia.

1. Da quando s’è deciso che impegnarsi per la propria comunità, assolvere ad una funzione di servizio per gli altri equivale ad una “discesa in campo” molti amministratori hanno finito per trasformare i propri cittadini in tifoserie, privilegiando l’ascolto dei propri supporters e mostrandosi indifferenti se non quando ostili nei confronti di quanti vengono considerati ultras avversari. Dimenticando così che il dovere primario degli amministratori pubblici è quello di saper ascoltare i bisogni che emergono dal proprio territorio con le ricchezze che esprime; di saper ascoltare quanti chiedono un confronto con l’Istituzione. Koreja è stata vittima di questo involgarimento politico culturale che trasforma il concetto di cittadinanza in fedeltà e appartenenza; che trascende ruoli e capacità; che risolve la complessità e la pluralità offrendo attenzione e riconoscimento in cambio di ossequio.

2. S’è largamente affermata in questo ventennio di rinnovato protagonismo degli enti locali, che assegna alle politiche culturali troppi significati simbolici e pochi contenuti, l’idea che le nostre città hanno molto bisogno di “eventi” e molto meno di “interventi”; che le amministrazioni pubbliche devono trasformarsi in “impresari dello spettacolo” abbandonando il loro ruolo decisivo di “curatori del patrimonio materiale e immateriale locale”; che la cultura si “consuma” e non si “fabbrica”. Questa tinterpretazione di “politica della cultura” spiega perchè sia così complicato decidere di sostenere, non al buio, ma con una progettualità condivisa, l’unica esperienza di Teatro Stabile d’Innovazione in Puglia insieme al Kismet di Bari, ed una delle poche nel sud d’italia. Questa interpretazione spiega perchè il Comune di Lecce decide di ignorare un teatro che ha ottenuto il riconoscimento dal Ministero per i Beni e le attività culturale “per la finalità pubblica del progetto artistico-culturale; per il rapporto con il territorio, con particolare riferimento alle zone che presentano una inadeguata presenza teatrale.”

3. Infine. La vicenda Koreja ci aiuta anche a comprendere la cultura non può essere considerato un corpo separato rispetto all’idea di città che Sindaco e Giunta esprimono e trasmettono, ma che è parte integrante della civitas. Questo significa sapere creare un dialogo fra realtà diverse; significa lavorare per costruire un sistema di realtà autonome ma complementari; significa saper collegare la propria città non solo con il patrimonio artistico ma anche con le espressioni della contemporanietà: musicali, teatrali, cinematografiche, artistiche. E non solo baroccarsi con le grandi mostre, con le location cinematografiche, con la ospitate di big a pagamento.

L’esperienza di Koreja, e di altre realtà, io credo, è rimasta schiacciata dentro questo angusto contesto politico, amministrativo, culturale. Non è una consolazione ma il tentativo di dare una spiegazione di quel che è accaduto. Per potervi rimediare, se ancora in tempo. E per riflettere su quale “politica della cultura” vorremmo vedere realizzata nella nostra città anche con le ridotte disponibilità di bilancio note: strumento straordinario di riduzione della distanza tra cittadini e pubblici ammnistratori.

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