Regione Salento? Preferisco le Puglie

Oggi il Consiglio Comunale di Lecce è chiamato ad esprimersi sulla Regione Salento. Nei giorni scorsi il Comitato Promotore ha diffuso una nota per annunciare che il quorum previsto dalla legge è stato raggiunto e che quindi entro l’anno saranno depositati gli atti in Cassazione per l’autorizzazione al referendum popolare. La palla adesso passa ai giudici. Il voto del Comune di Lecce è quindi ininfluente ma non per questo privo di significati. Perchè, utilizzando una terminologia cara ai sostenitori della RS, è di tutta evidenza il “leccecentrismo” del Comitato Promotore. Quindi è prevedibile che vi sia una comprensibile aspettativa che anche da qui si dica SI.

Alla Regione Salento? No, non è questo che si propone nella delibera. Ma alla indizione del referendum ai sensi dell’art. 132 comma 1 della Costitutuzione. Io ho già espresso le mie perplessità su questa impostazione. E, se sedessi in consiglio, non avrei dubbio alcuno nel votare NO. Se siete interessati a saperne di più su quello che penso questi sono i duei miei interventi sull’argomento apparsi sulla stampa locale.

Intervenire oggi nel dibattito aperto da mesi sulla proposta d’istituzione della Regione Salento, dopo decine d’interventi pubblicati, può destare un qualche interesse se introduce elementi di novità rispetto  ad argomenti  già letti o ascoltati. Per chi come me ha fondate e motivate ragioni di contrarietà all’idea di una “secessione referendaria” è inutile ribadire i concetti  già autorevolmente proposti. Più utile, credo, provare ad affrontare  il tema partendo dall’ultimo intervento di Pagliaro, presidente del comitato promotore, per argomentare cosa del suo lungo e articolato intervento non mi convince. Una premessa doverosa: sottoscrivo in pieno l’invito da lui rivolto a mettere da parte pregiudizi, dietrologie, retropensieri per concentrarci sul merito e metodo della proposta. Non si può ignorare, tuttavia,  il suo essere contestualmente portavoce  del comitato promotore e presidente di uno dei principali gruppi radiotelevisivi del Salento . Circostanza che introduce nel dibattito in corso un elemento di impar condicio  per l’oggettivo traino massmediale  di cui ci si avvale per sostenere la propria legittima battaglia. Per entrare più nel merito degli argomenti proposti da Pagliaro aggiungo brevemente queste considerazioni.

1. La proposta è contestabile in sé non perché si mette in discussione il rispetto della Costituzione, l’unità nazionale, o Roma Capitale. Ma perché asseconda, forse inconsapevolmente, quello spirito leghista della piccole patrie che soprattutto al Sud abbiamo subito. Si preferisce ignorare che se analogamente a quello che sta avvenendo qui da noi ci si adoperasse, con riferimenti storici e sollecitazioni emotive non meno fondate, anche altrove per l’affermazioni di nuove istanze autonomiste, assisteremmo ad una prevedibile escalation di richieste di nuove regioni, così come è avvenuto negli ultimi dieci anni con le province. Da parte di comunità e territori che per peso economico avrebbero molte più risorse e argomenti da proporre e far valere.

2. Proporre una secessione referendaria partendo da un presunto “baricentrismo” dell’attuale Giunta piega gli eventi agli interessi contingenti e prescinde da ogni lettura di sistema. Anche a voler considerare Vendola il peggiore dei Governatori possibili per gli interessi del Salento, si può immaginare di mettere in discussione quarant’anni di storia a causa di sei anni di presunto malgoverno? Come non vedere che l’insufficienza del sistema ferroviario è una tara del sud italia? Come sostenere che è colpa dei baresi se a Cerano si usa ancora carbone, se i fumi dell’ILVA avvelenano ancora i tarantini, se non siamo riusciti a realizzare l’interporto, se tardiamo a realizzare la 275, se il nostro sistema dei rifiuti è ancora in emergenza, se dopo quindici anni di uso di la qualità della vita nelle nostre province è ancora bassa? Individuare altrove le ragioni dei nostri ritardi o problemi irrisolti è una fuga dalle responsabilità che non aiuta le classi dirigenti a fare i conti con i propri limiti ed errori.

3. Sono einaudiamente convinto che occorre “conoscere per deliberare”. Dopo mesi di dibattito ancora non è chiaro, perché non documentato, quale sia stato nel corso di questi trent’anni il danno subito dai salentini con l’istituzione della Regione Puglia. Non parlo di evocazioni, ma di numeri, indici, percentuali, tabelle. Non mi riferisco ad asserzioni ma a rigorosi e oggettivi indicatori economici e sociali. Quando si propone una modifica dell’assetto istituzionale di un territorio bisogna avvertire il dovere di uno studio supplementare, ci vuole qualcosa di più dello slogan (sotteso alla proposta) “a noi salentini ci ha rovinato la Puglia altrimenti saremmo la California d’Italia!” E se invece fosse vero il contrario? Che cioè ci è convenuto fino ad oggi essere parte di una Regione più grande e ancor più lo sarà in futuro, quando l’introduzione del federalismo e il venire meno del paracadute finanziario rappresentato dalla risorse comunitarie finirà per indebolire i territori economicamente più deboli (e tale sarebbe inevitabilmente un Salento privo di Bari e della Capitanata)?

Infine, in chiusura del suo intervento Pagliaro introduce un elemento, a mio giudizio,  censurabile. Si sostiene infatti che “chi non vuole il referendum è antidemocratico e vuole attuare la vera secessione, quella fra i potenti e i semplici cittadini”. Attenzione: non si può pretendere che le assemblee elettive si consegnino ad una funzione meramente notarile delle decisione del comitato promotore REGIONE SALENTO, in quanto ciò determinerebbe lo stravolgimento della ratio dell’iter costituzionale previsto. L’art. 132 attribuisce alle assemblee elettive (dove non siedono potenti, ma cittadini liberamente eletti e come tali a pieno titolo rappresentanti della volontà popolare) un primo fondamentale momento di confronto sulla fondatezza e sul merito dell’oggetto della discussione.

Queste le mie obiezioni alla proposta di una nuova Regione Salento. Alle quali accompagno, in chiusura, una proposta. Oramai il dibattito sull’argomento è uscito da una dimensione meramente mediatica per divenire tema di confronto politico e istituzionale. E’ giunto il momento, anche in considerazione della succitata sproporzione di mezzi in campo, di costituire un comitato a difesa della Puglia Unita. Un’associazione spontanea di cittadini convinti che lo sviluppo del Salento può avvenire solo all’interno di una coesione territoriale e non per anacronistici autonomismi.

Lettera aperta ai professori Melica e Portaluri

Seguo come tanti con interesse i vostri interventi sui mezzi di informazione a proposito della Regione Salento. E apprezzo questa vostra passione ai temi sociali e politici capace di uscire fuori dall’accademia. In passato ho personalmente motivato le mie ragioni di perplessità sulla proposta di separare le province di Lecce Brindisi e Taranto dalla Puglia. Non è mia intenzione ripetermi e annoiare chi mi legge.  Avverto, infatti, il dovere di intervenire nuovamente solo per sottoporre alla vostra attenzione un risvolto che considero delicato per la qualità e la serenità del confronto. Intervenendo sulla pagine del Nuovo Quotidiano in chiusura del mio intervento paventai un rischio:  quello di voler assegnare alle assemblee elettive una funzione meramente notarile della volontà del comitato promotore REGIONE SALENTO, che sarebbe non quella di esprimersi  sul quesito della mozione (volete voi che le province di Lecce, Brindisi e Taranto siano separate dalla Puglia) ma di approvarla a prescindere da ogni opinione in proposito per consentire comunque lo svolgimento del referendum e affidare l’ultima parola alla consultazione popolare. E’ accaduto proprio questo e non sono convinto che sia trattato di una impostazione corretta. Ora che si è quasi giunti, con vostra comprensibile soddisfazione, a raggiungere il quorum previsto  per dare avvio alla procedura auspicata sento forte il bisogno di chiedervi:

secondo Voi i consiglieri eletti nelle assemblee comunali hanno o no il diritto pieno di esprimersi contra la proposta di separazione dalla Puglia?

Può apparire un quesito ozioso, ormai. Giunti vicinissimi al traguardo potreste giudicarlo privo di senso. In tal caso siate comprensivi di tanta ingenuità: ma a me pare una tema che chiama in causa il rispetto delle istituzioni, l’autonomia delle rappresentanze elettive nello svolgimento del mandato, la tutela del dissenso motivato. Vi rivolgo questa domanda perché quanto è accaduto nelle poche occasioni in cui i consigli comunali hanno bocciato la mozione a me è parso stupefacente. Vi riporto alcune dichiarazioni che il Comitato di cui voi siete illustri componenti ha rilasciato per commentare l’esito sfavorevole della votazione: “è inconcepibile impedire ai cittadini di esprimersi liberamente e direttamente sull’argomento (…) la pretesa di sostituirsi alla volontà popolare rappresenta un tratto stridente, una pagina buia nell’interpretazione della propria funzione nell’interesse collettivo popolare e democratica (…) Non è accettabile che una assise eserciti il diritto di trasformarsi in una sorta di boia della democrazia partecipata”

Trovo queste affermazioni inaccettabili. Ho rispetto della posizione del Comitato per La Regione Salento, pur non condividendola, e considera grave  che altrettanto rispetto non si manifesti nei confronti di chi, chiamato ad esprimersi su una mozione così delicata, non intende sottrarsi al ruolo di rappresentante dei cittadini nelle istituzioni, non è disposto a rinunciare alla sua capacità di giudizio, senso critico, autonomia politica e culturale. Trovo queste affermazioni  sorprendentemente aggressive perché trasformano una legittima iniziativa in una incomprensibile crociata politica mediatica: o si è con noi o si e contro di noi! Come se la posta in gioco fosse tanto decisiva per la sorte di tutti noi da giustificare toni e argomenti estremi. Non sono un giurista. Ma da semplice cittadino impegnato ho il timore, tra l’altro, che questa impostazione abbia finito per distorcere il dettato costituzionale dell’art. 132 che chiede ai consigli comunali di esprimersi sulla proposta di istituzione di una nuova regione e non, come si è voluto fare credere, sulla proposta di consultazione popolare. Quasi una manomissione delle parole della costituzione, direbbe Carofiglio. Per averne conferma basta leggere la lettera inviati ai Sindaci dal Comitato referendario con la quale si chiede di mettere all’ordine del giorno “la mozione volta ad indire il Referendum” e non come sarebbe stato corretto fare “la mozione volta alla creazione della Regione Salento”. Un’ambiguità casuale o voluta? Non bisogna essere autorevoli studiosi del diritto come voi per rendersi conto dell’enormità di equiparare il voto motivato su una proposta di separazione dalla Regione di appartenenza ad un pronunciamento sulla possibilità di autorizzare un referendum. Che ne penserebbe il più volte citato Livio Paladin di un’interpretazione così originale dell’art. 132? Ecco mi rivolgo a Voi perché possiate svuotare di argomenti infondati il confronto e sterilizzare eccessi polemici fuori luogo. Del resto se, come mi pare di capire, si è tagliato il traguardo previsto per chiedere il Referendum alla Cassazione, con una campagna referendaria alla porte questi toni ultimativi non servono a nessuno. Siete consumatori quotidiani di informazione. Siete componenti di un comitato referendario coordinato dal presidente del principale network radiotelesivo del Salento. Siete consapevoli della campagna di propaganda che da mesi viene proposta sugli schermi del gruppo in regime di evidente impar condicio delle posizioni in campo. Io penso, forse sbagliando, che il vostro ruolo in questa vicenda debba andare oltre i qualificati pareri giuridici e costituzionali e spendersi anche nel dare un profilo più rispettoso e tollerante delle posizioni che s’intendono affermare. Ne va del rispetto della qualità complessiva del confronto democratico che di questi tempi è un valore da preservare senza indugio. Per costruire l’identità di una nuova Regione non bastano i richiami identitari: ci vogliono anche saldi principi repubblicani di tolleranza, rispetto, equilibrio.

Carlo Salvemini

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